Edgardo Pistone

Come hai iniziato con il cinema e perché?

Avevo deciso che questo dovesse essere il mio lavoro e ci ho provato in maniera ostinata. Poi, se devo darmi una risposta semplice, direi che faccio cinema perché non so parlare: non sono bravo a esprimermi con le parole. Però questa è una visione retroattiva. Ogni tanto mi chiedo anch’io perché ho iniziato a scrivere storie e a immaginare di poterle girare. Fare cinema, per me, è sempre stato un privilegio. Ci sono diversi “inizi”: folgorazioni al cinema o episodi biografici. Ad esempio, mio padre faceva l’operatore, principalmente per matrimoni. Vivevamo in una casa molto piccola e lui, quando tornava da lavoro, portava con sé la Betacam, che era praticamente più grande della stanza in cui dormivo.

Quindi hai sempre voluto fare questo mestiere?

Sì, l’ho cercato con ostinazione. Un’altra cosa che ha pesato sulla mia scelta è stato il 2008: non si parlava d’altro che di crisi finanziaria. Io avevo 17 anni, l’età in cui devi decidere cosa vuoi diventare. E mi dissi: “se il mio destino è morire di fame, tanto vale provarci come regista”. Così ho iniziato a provarci seriamente.

Come ti sei approcciato?

Ho iniziato a fotografare, a studiare, a leggere moltissimo, a guardare tanti film. Ho fatto un incontro fortunato con un mio professore di fotografia, che mi consigliò di iscrivermi a filosofia: mi disse che la tecnica si impara subito, mentre le idee vanno alimentate e approfondite. Così ho fatto un anno di filosofia. Poi ho deciso che la filosofia potevo studiarla anche da solo e mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Napoli, che mi sembrava un luogo ideale per oziare, condividere passioni sui film con i colleghi, andare spesso al cinema. In quel periodo ho iniziato a dirigere i miei primi corti, che per me restano le cose più belle che abbia mai fatto artisticamente. In Accademia ho capito che era l’unico modo per sentirmi vivo. Lì, ho scoperto che alcune caratteristiche del regista coincidevano con le mie attitudini caratteriali, quindi ci ho provato. Ho fatto tre o quattro corti fino ad arrivare all’ultimo, che mi ha dato la spinta verso l’esordio: Le mosche. Ha iniziato il suo percorso a Venezia e poi ha girato in tanti festival.

Com’è stato il passaggio dai cortometraggi al tuo primo lungometraggio?

Dopo aver maturato l’idea di un lungo, ne ho scritti almeno quattro, ma non ricevevo risposte quando la proponevo. Quando ho scritto Ciao bambino non volevo più chiedere ai produttori, temevo di perdere solo tempo, così avevo deciso di autoprodurlo. Però ho comunque inviato la sceneggiatura a qualche produttore che conoscevo, ma a una condizione: “vi do il film solo se mi portate sul set entro un anno”. Così è stato. Devo dire la verità: ho sentito più libertà sul film che sui corti. Per i corti il desiderio è minore, ci si arriva in maniera più diretta. Invece il lungo è un percorso intenso, carico di desiderio. Forse sono stato fortunato: i produttori che ho incontrato mi hanno dato molta libertà, poche mediazioni. Ciao bambino corrisponde quasi del tutto alla mia idea iniziale. Non ho rimpianti, nonostante fosse un film a bassissimo budget. Penso sia il film migliore che potevo fare in quel momento.

Da dove nasce l’idea del film?

L’idea è stata condizionata dal periodo in cui è nata. Dopo il quarto film scritto senza vedere la luce dell’esordio, decisi di scrivere un film piccolo, contenuto economicamente e produttivamente. Il “la” me l’ha dato una notizia dell’OSCE: dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, molte donne in fuga venivano avvicinate da predatori lungo il confine e messe sulla strada. Già avevo un soggetto legato al rapporto padre-figlio e ho deciso di unire le due linee. In tre settimane ho scritto il film, quasi senza revisioni. Era l’estate di tre anni fa.

Parlaci di come e perché hai scelto questo cast

Sono state scelte consapevoli, espressive. Volevo una forma cinematografica ricercata che contrastasse con la vita irregolare davanti alla macchina da presa. Avevo in mente un tono rarefatto, malinconico, con vuoti e campi lunghi. Per farlo avevo bisogno di un contraltare vitale. Ho cercato un equilibrio tra cinema e vita. Marco e Anastasia non erano attori: lui l’abbiamo incontrato per strada, lei l’abbiamo trovata sui social. Nessuno dei due pensava di poter recitare, ma hanno talento. Però ci tengo a dire che non hanno improvvisato nulla: hanno seguito il copione. Prima di sceglierli, abbiamo fatto tanti provini. Sul set non c’era un metodo prestabilito: lo abbiamo creato insieme, ed è stata una ricchezza. Con mio padre (che interpreta il padre del protagonista) è stato diverso. Avevo scritto il copione pensando a lui. Mi ha sorpreso: pur non avendo mai recitato in un film, ha dato una buona prova attoriale. Credo che abbia due caratteristiche tipiche degli attori: vanità e capacità di mentire. Questo mi bastava. Con lui, come con tutti, si tratta di instaurare fiducia, creare un ambiente protetto. Ogni regista deve trovare il suo modo di adattarsi alle persone senza rinunciare alla propria idea.

Nel film colpisce molto il personaggio di Vittorio: calmo, ma con potere assoluto sulla famiglia di Attilio. Come l’hai costruito?

Era il personaggio più scivoloso: rischiava di diventare una macchietta. Mi sono ispirato a una figura reale del mio quartiere e ho proceduto per contrasti: è un usuraio, ma vive in un “basso” minuscolo; la mattina indossa la camicia, parla con calma ma può esplodere all’improvviso. In generale, il film lavora molto sul fuori campo: non sappiamo quanti soldi deve il padre, se sia stato in carcere o in comunità, da dove venga Anastasia. Molte cose restano fuori scena e vengono ricostruite dallo spettatore. Per me, questa è una delle forze del film.

Quanto le tue scelte artistiche ti vengono “di pancia” e quanto invece sono ragionate?

In realtà erano tutte scelte più o meno ragionate. Io sapevo bene che, piuttosto che concentrarmi sulle cause, volevo concentrarmi sugli effetti. Volevo fare un film poetico, libero dalle costruzioni narrative. Raccontare le cause costringe spesso un film a piegarsi su se stesso, a portarsi dietro il macigno della spiegazione: è ciò che fanno i film con spirito d’indagine sociale o di denuncia civile. Io invece volevo che le cose accadessero, semplicemente. Naturalmente non basta accumulare eventi: serve un equilibrio, altrimenti lo spettatore rischia di sentirsi escluso. L’unico modo per tenerlo dentro al film è generare sentimenti intensi. Per questo, durante la scrittura, ho evitato le scene troppo costruite, pensate solo per preparare altre scene. Ad esempio, all’inizio avevo immaginato che il padre, appena uscito dal carcere, si chiudesse in bagno e sniffasse. Quella pornografia mi dava fastidio: avrebbe piegato la scena contemplativa in una direzione che non mi convinceva. Così ho scelto un’altra strada: Attilio che chiede al cugino di non vendere più cocaina al padre. È una soluzione più elegante, più eloquente, perché racconta insieme il vizio del padre, la cura del figlio e l’umanità più ampia del cugino.

Racconti un quartiere, dei personaggi ambigui e un contesto di criminalità, ma non lo fai mai in modo diretto, perché?

Era un’esigenza precisa. Ad esempio, di Anastasia non vediamo mai realmente la sua professione. Solo una volta, sfocata, da dietro. Perché il cinema ci dà la possibilità di alludere: e l’allusione è più potente dell'illustrazione. Troppi film diventano “romanzi illustrati”. Io volevo raccontare da un punto di vista diverso. Sono partito da ciò che non volevo mostrare: non ci sono scambi di soldi, non c’è economia esplicita. Ho affrontato la storia come una tragedia classica. L’inizio è un idillio, gli ultimi sprazzi di adolescenza in un’estate napoletana. Poi c’è il padre che torna e l’essere umano che deve confrontarsi con la propria eredità. E infine l’incontro con l’altro sesso. Ho ridotto al minimo la presenza femminile per rendere Anastasia un totem, l’unica donna di quell’universo. Non volevo raccontare in modo ovvio la condizione femminile nei quartieri popolari, con una scena in cui un uomo picchia una donna, per dire, ma piuttosto rappresentarla sullo sfondo, appannata, per far emergere la sua unicità.

Perché il bianco e nero?

Intanto perché mi piace, ma anche perché volevo portare il film verso la tragedia greca, sospenderlo nel tempo e nello spazio. Il bianco e nero mi permetteva di trasfigurare la realtà, di mettere al centro i sentimenti e lasciare fuori ciò che non mi interessava raccontare: disagio giovanile, periferia, cronaca sociale. Mi interessava piuttosto parlare di eredità, primi amori, della domanda più importante: che essere umano vuoi diventare? Sono cose universali, che avvengono in tutte le adolescenze. Il bianco e nero mi ha dato la possibilità di cercare armonie e bellezza dove non è immediatamente visibile. E, soprattutto, di mettere sempre in contrasto la vita davanti alla macchina da presa con il cinema. Per me è un elemento stilistico, come la musica, la voce fuori campo, lo slow motion. Sono strumenti che amo nel cinema, e che ho voluto usare per spingere il film in una zona inedita.

E l'idea della macchina fotografica com’è nata?

Avevo un senso di colpa nell’affidare tutto il film solo al punto di vista di Attilio. Così, nel finale, la macchina fotografica diventa il punto di vista dei turisti, dei ragazzi, di Attilio e infine di Anastasia

Cosa ti aspetta adesso, dopo Ciao bambino?

Spero di liberarmi presto dal film, anche se forse non ci riuscirò mai. Ho molte idee nuove e vorrei lavorare con la stessa libertà che avevo sul primo. Adesso, dopo l’esordio, tutti, produttori e non solo, hanno la loro opinione su quale dovrebbe essere il mio prossimo film. Io ascolto tutti, ma a volte mi pesa. Vorrei ritrovare l’abbandono creativo che ho avuto all’inizio. Per ora accompagno volentieri Ciao bambino in giro per le sale, ma non vedo l’ora di concentrarmi sul prossimo lavoro, senza troppe aspettative esterne.

Cosa diresti al te stesso di 17 anni, quello che nel 2008 disse “farò il regista”?

Gli direi: “bravo, continua così”. Non ho nulla da recriminargli: ho sempre fatto quello che volevo. Forse gli direi solo di divertirsi un po’ di più, di viaggiare di più. Ho avuto un’ossessione per cinema e letteratura che qualche volta ha tolto spazio alla vita. Ma in fondo era quello che mi faceva stare bene. Quindi sì, gli direi: “bravo, continua, che prima o poi esordisci.”

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