Giulia Grandinetti
Quando è scattata la scintilla?
Io vengo da un piccolo paesino delle Marche. Mio padre lavorava in banca, ma aveva la passione per la fotografia. Quando ero piccola, di sabato sera, spesso lui era solito proiettare le diapositive dei viaggi che aveva fatto e io avevo l’onore di premere il pulsante del proiettore per farle scorrere. Credo che lui, inconsciamente, mi abbia trasmesso l'amore per quegli oggetti capaci di raccogliere la realtà.
Poi, da parte mia, avevo anche un mondo di fantasia molto acceso. Mi piaceva organizzare giochi con gli altri bambini, dare a ognuno un ruolo, metterci insieme e creare qualcosa. Penso che il mio amore per il cinema sia nato proprio da lì, da quell’aspetto antropologico: il creare un gruppo, fondare una piccola comunità.
E quando è stata la prima volta che hai preso in mano una videocamera?
A 13 anni mio padre mi ha dato la sua handycam. Mi disse: “Vedo che la guardi tanto, prendila.” È stato come per i bambini che ricevono un regalo tanto desiderato. Ho iniziato a riprendere tutto. Sperimentavo prospettive, effetti… ricordo ad esempio l’effetto a specchio che duplicava l’immagine, permettendo ai miei fratelli e cuginetti di farli sembrare in coppia e parte di elaborate coreografie.
Facevo già piccole produzioni. Un po’ trash, certo, ma se ci ripenso adesso, erano incredibili. In Grecia, dove da tutta la vita passo l’estate, facevo spettacoli, cortometraggi, videoclip, sempre insieme a mio fratello, mia sorella ed i cuginetti. Ad esempio abbiamo girato Harry Potter 3: uno premeva l’interruttore della luce, mentre l’altro annunciava a gran voce “lumus”!, creando simpaticamente un effetto di magia realistica. Kefalonia è un’isola selvaggia, potenzialmente noiosa per dei bambini adolescenti. Ma è stata la mia fortuna, perché ho riempito quel vuoto con la mia fantasia.
Quando hai capito che quella passione poteva trasformarsi in un percorso di vita?
Con il passare degli anni portavo avanti anche la mia altra passione, la danza. A 18 anni sono andata a fare i provini di Amici di Maria De Filippi come ballerina. Con enorme stupore, li ho passati tutti, arrivando quasi alla trasmissione. Maria a un certo punto mi ha guardata e ha detto: “Giulia, ma tu stai qui per fare la ballerina, e mi scrivi sulla scheda di presentazione che vuoi fare la regista?!” E io: “Eh sì, vorrei fare la regista, ma non ne so ancora niente…”. Alla fine del mio percorso ad Amici, Maria mi dice che avrei dovuto studiare recitazione perché ha visto qualcosa in me, mentre allo stesso tempo Luca Zanforlin, all’epoca autore del programma, mi dice: “Tu devi scrivere.” Nessuno me lo aveva mai detto prima.
Quindi quella è stata una prima svolta?
Sì. Torno da quell’esperienza e inizio ad informarmi sulle accademie di recitazione. Inizio a scrivere, studio come attrice (anche se non era il mio sogno nel cassetto). Durante gli studi ho fatto di tutto: tournée teatrali, cortometraggi, musical, pubblicità, doppiaggio… Mi hanno anche offerto di seguire una compagnia teatrale di adolescenti nelle Marche. Non ero retribuita, ma mi sembrava una bellissima possibilità. Ogni weekend prendevo un autobus da Roma per tornare nella mia terra madre e insegnare loro quello che io imparavo durante la settimana. Con loro ho fatto un paio di spettacoli, e poi ho scritto la mia prima opera teatrale: Alice e il paese che si meraviglia. L’abbiamo messa in scena per due anni. Ricordo che alla fine degli spettacoli (soprattutto dopo la prima messa in scena) il pubblico restava incantato. C’era nell’aria un’atmosfera che mi faceva pensare ‘’Qui, oggi, è successo qualcosa’’. È lì che ho pensato: “Forse questa è la regia.”
Ma un vero momento di svolta è stato quando ho fatto un incidente col motorino e sono stata costretta a fermarmi per un po’. Al tempo avevo finito l’accademia e studiavo Lettere Filosofia, Arte e Scienze dello Spettacolo a Roma Tre da non frequentante. Mi sono detta: ’’sono inchiodata a letto, come posso sfruttare questo tempo?’’ E ho deciso di buttarmi sullo studio: ho dato sei esami in un mese, mi sono tolta un anno di università. E, finita questa maratona universitaria, mi sono detta: “ok, mi sono proprio meritata un viaggio”. Avevo 23 anni e sono partita da sola per la prima volta, facendo un giro di circa due mesi del Nord Europa. In quel periodo mi sono posta un sacco di domande. Ho passato circa un mese ad Holstebro, in Danimarca, per una residenza all’Odin Teatret, una storica compagnia teatrale fondata dall’italiano Eugenio Barba. L’ultimo giorno per concludere il laboratorio ci è stato chiesto di mettere in scena qualcosa di personale. Da circa 18 mesi facevo un sogno ricorrente, che mi perseguitava a volte. Quando quel giorno l’ho messo in scena, ho capito che quel sogno mi voleva dire: “È ora che partorisci qualcosa di tuo. Buttati”.
E da lì nasce l’idea di trasporre “Alice” per il cinema?
Sì, sono tornata e ho detto “ok, adesso prendo Alice, il testo teatrale, mi scarico Final Draft (all’epoca craccato perché non avevo i soldi acquistarne la licenza) e scrivo la prima versione di Alice e il paese che si meraviglia.”
Alice è stato il mio più grande miracolo e allo stesso tempo il mio più grande fallimento. Debiti, casini di ogni genere, ma tanta vita, tanta scuola, tanto amore. È un film fuori dagli schemi, una rivisitazione di Alice nel paese delle meraviglie in chiave contemporanea e psichedelica. Metto in scena il passaggio all’età adulta, i 18 anni, attraverso un impianto freudiano. La protagonista è infatti splittata in tre personaggi: l’IO (il mondo conscio), l’ES (il subconscio) e il SUPER-IO (il mondo della morale).
In quanto tempo sei riuscita a portarlo a termine?
Il percorso è durato esattamente sette anni: 28 dicembre 2013 (quando ho chiuso la scrittura della prima versione di sceneggiatura) - 28 dicembre 2020 (giorno di uscita su Amazon Prime). Credo che un giorno farò un documentario su questa avventura, perché è stata una davvero incredibile.
Tre anni di preparazione e ricerca del budget (60.000€). Dovevo girare nel 2015, ma ad un mese dalle riprese ho deciso di bloccare tutto perché c’erano ancora troppe incognite. Ho girato mezzo film nel 2016, e la restante parte nel 2017. Dopo una complessa post produzione, nel 2020 il film era finalmente pronto, ma è scoppiato il covid. Ma non me ne sono stupita, perché in questo film non c’è stato niente di normale.
È stata un’esperienza davvero speciale. Si dice che si partorisca la cosa più geniale della nostra vita tra i 20 e i 30 anni. E io mi sono buttata, credendo che lo fosse. Magari non sarà il film più riuscito di una possibile carriera, ma lo sento certamente come un film di un enorme coraggio e libertà.
Un'opera incosciente, necessaria. Mi piace fantasticare sul fatto che magari più in là, lo rigirerò, con lo stesso cast, parte della stessa troupe, ma con una necessità e mezzi diversi.
Quanto è importante il viaggio nel tuo processo creativo?
Il viaggio, per me, è spostamento. Un po’ come faceva Duchamp con gli oggetti. Se sopra ad un tavolo c’è un bicchiere con del caffè dentro, quel bicchiere è un bicchiere perché ci stai bevendo il caffè. Ma se lo prendo, lo svuoto e lo sposto in un altro contesto, magari diventa un vaso per una pianta. Ecco, per me il viaggio fa esattamente questo: sposta le cose, compresa me stessa, e le riscopre. È un modo per ridare senso a ciò che sembra già definito, ovvio.
Il viaggio può essere fuga, può essere ritorno. Può essere un’esplorazione del tempo, un recupero delle origini. A volte mi capita di sentirmi parte di una cultura estranea, con cui non ho mai avuto veri contatti diretti. Eppure sento come se dentro di me ci fossero delle tracce sedimentate, che viaggiando si risvegliano. È il cinema funziona un po’ allo stesso modo forse, no? Un film può emozionare qualcuno dall’altra parte del mondo, con una storia completamente diversa, ma che in qualche modo poi ci riguarda.
Infatti, da più di cinque anni sono nomade per scelta, ma anche per necessità. Non ho ancora le risorse per permettermi una casa e allora ho deciso di vivere in viaggio. Di fare dell’esplorazione la mia quotidianità.
La mia casa è il mio corpo. E ormai sento che in qualunque luogo, alla fine, sono a casa.
Come ti approcci alla scrittura, visto che anche scrivere è a suo modo un viaggio?
I film che scrivo sono fatti di esseri umani che immagino esistere realmente, da qualche parte nel mondo. Quando scrivo, succede qualcosa di potente: mi immergo dentro i personaggi, cerco di vivere i loro luoghi, le loro emozioni. È uno spostamento anche quello, ed è faticoso. Perché mi sposto fisicamente, sì, ma soprattutto mi sposto internamente. Entro in quei mondi privati, ci sto dentro, ed a volte è difficile uscirne. Perché so che più ci sto, più succedono cose. È uno spazio che mi devo ritagliare, che non ha a che fare semplicemente con il lavoro o con i soldi. Non è un: “Ti pago, scrivi.” È: “Quanto tempo riesco a stare, ascoltare, vivere davvero in quel mondo che sto costruendo? Cosa mi succede lì?”
A volte piango mentre scrivo, attraversata da reazioni fortissime, da rivelazioni, da potenti atti di empatia con situazioni sconosciute a me.
E mi piace pensare che poi, alla fine del processo creativo, anche il film stesso diventa nomade. Viaggia da solo. Va nei festival. Cambia in base al luogo, al pubblico, ai colori, alle reazioni. Incontra il pubblico. Di base, diventa un oggetto capace d’instaurare relazioni e reazioni a me ignote.
Dopo Alice e il paese che si meraviglia è il momento di una trilogia di cortometraggi. Come sono nati?
Il primo è Guinea Pig, ambientato in un mondo dove il governo ha abolito ogni sorta di contatto tra esseri umani, da quello visivo a quello sessuale. Ogni anno i cittadini sono sottoposti a un test di controllo per verificare il progresso dell’empatia e dell’attrazione sessuale. Questo corto distopico era nato come corto teatrale per Short Lab di Massimiliano Bruno. Era il 2018, stavo finendo la magistrale, l’ho scritto e l’ho portato in scena senza soldi, affiancata sul palco da Michael Schermi e Mario Russo. Il progetto ha vinto il premio per la miglior regia e miglior attrice. Poi ho deciso di farne una trasposizione cinematografica, con l’aggiunta di altri personaggi.
Poi ho creato Tria – del sentimento del tradire, girato in greco, presentato a Orizzonti, Venezia 2022. Ha fatto tantissimi festival, ed è stato molto accolto dal pubblico. Anche qui siamo in una distopia, in una Roma dove le famiglie immigrate non possono avere più di tre figli. Se ne arriva il quarto uno dev'essere ucciso, dando alle femmine la precedenza per il sacrificio.
Il terzo è Majonezë, nato in origine come una sorta di rielaborazione della storia di Romeo e Giulietta ambientata nei Balcani. L’idea è nata da un viaggio di un mese e mezzo che ho fatto con il direttore della fotografia Andrea Benjamin Manenti tra Bosnia, Serbia, Kosovo, Albania e Turchia.
Un giorno abbiamo percorso una strada fuori itinerario, molto pericolosa, ma che ci ha condotti in modo quasi profetico in un posto speciale, Ersekë… mi sono innamorata. Ho detto: “Dobbiamo girare qui.”
Però questa trilogia, in realtà sta diventando una quadrilogia. Il quarto progetto (un corto nuovo) si chiama Solo. Se i primi tre si muovono su un triangolo che vede ai vertici le tre aree che per me costituiscono la formazione dell’essere umano (famiglia, società e storia d’amore), Solo sta al centro: non tocca nessuno di questi tre vertici.
Come hai vissuto il processo creativo in Majonezë?
Attraverso ogni film ho esplorato parti diverse della tensione fisica. Alice era molto cerebrale, scritto con razionalità. Guinea Pig esplora il gioco delle zone “erogene”, seppur con ironia. Tria lo sento molto nel torace, tra il cuore e il polmoni. Con Majonezë volevo arrivare alla pancia.
È un film basato sull’emotività. E paradossalmente, da lì poi ho avuto modo di compiere dei ragionamenti anche più concettuali. Lavorare così è per me un atto di fiducia nei confronti del film. E anche la regia è connessa a questo tipo di esplorazione.
Una chicca: in Majonezë ci sono delle fotografie, scattate durante quel viaggio con Andrea. Le ho volute inserire come simbolo del trauma. Il trauma per me è come una foto che blocca il tempo. E nel film succede qualcosa che permette di trasformare quel blocco, come se le immagini statiche e quelle in movimento si incontrassero in un nuovo linguaggio.
Prima hai detto che crescendo ti sei allontanata dalla danza, quindi dal corpo. Ma mi sembra che poi tutta la tua ricerca sia sul riappropriarti del corpo.
Sempre. La danza per me è regia. Io ho solo cambiato strumento. La regia è relazione, come la danza. Io “danzo” spostando il mio occhio, il braccio: tocco il pavimento, cerco una relazione. Il cinema fa lo stesso.
Mi sento più una coreografa ora: coreografo la macchina da presa, la luce, la scena, i corpi. E mi piace anche di più. Anche il rapporto con gli attori è fondamentale. Ogni volta diverso. Cerco sempre di ascoltare il film, non imporgli uno stile.
Spielberg diceva: “I nostri film ci sussurrano all’orecchio.” Sono fragili. Bisogna stare in silenzio, ascoltare quella voce. Io ci provo. E con ogni film imparo qualcosa di nuovo di me. Come con la danza.
Con la differenza che se domani mi rompo una gamba… posso continuare a fare film.

