Sara Petraglia

Come sei arrivata a scrivere L’albero?

Da figlia di sceneggiatore, sono nata nel cinema e l’ho anche rifiutato, per anni. A casa mia era pieno di registi e sceneggiatori sempre chiusi in una stanza, e io non lo capivo, mi sembrava noioso. Pensavo che non avrei mai lavorato nel cinema. Però amavo scrivere, infatti volevo fare la scrittrice. Poi, all’università, ho iniziato a lavorare sui set come fotografa di scena, senza sapere che in futuro mi sarebbe tornato utile. A un certo punto hanno smesso di chiamarmi e ho deciso di darmi l’ultima occasione per scrivere un romanzo. Non sapevo da dove iniziare, che punto di vista adottare, così ho buttato giù qualche scena. E alla fine, in due mesi, è uscito un film. L’albero è una storia autobiografica, non ho inventato nulla, ho soltanto compresso una storia di anni in pochi mesi.

Com’è stato il processo di scrittura?

Ho imparato a darmi una disciplina, perché sentivo che, se non scrivevo, le mie giornate erano un po’ vuote. Quindi andavo tutti i giorni nella stessa biblioteca. Adesso, quando ho voglia di scrivere, avviso tutti che non ci sto. Perché magari non so a che ora scriverò, quindi devo stare tutto il giorno libera, con il computer davanti, ad aspettare. E se capisco che sono bloccata faccio ricerca: mi fermo, e leggo un libro o vedo dei film che assomigliano a quello che sto scrivendo. Altrimenti, se sento che una scena non funziona, non riesco ad andare avanti con leggerezza.

Ti confronti su ciò che scrivi?

Purtroppo no. Ho sempre vissuto la scrittura come un processo molto solitario. Inizialmente scrivevo talmente tanto da sola che la sceneggiatura somigliava più a una serie di appunti per me stessa, per girare. Poi ho capito di doverla sistemare per farla leggere agli altri. In generale, un mio problema è che evito di confrontarmi con altre persone mentre scrivo. Penso di dover risolvere tutto da sola, temo che i consigli degli altri mi mandino su strade sbagliate perché non sanno davvero dove voglio andare. Poi mi trovo senza nessuno che mi dica “questa cosa levala” o, al contrario, “è buona, tienila”. Aspetto come un’illuminazione dal cielo, ma è un peccato. Nessuno è mai solo a scrivere. Magari sono anche un po’ gelosa di quello che scrivo, un po’ paranoica.

Quando hai capito che avevi finito il film?

Mi sono fermata per sei giorni, non sapevo come andare avanti. Non avendo una scaletta, non mi sono resa conto di essere quasi alla fine. Poi un pomeriggio l’ho riletto, ho aggiunto qualche scena ed era finito. Ma l’ho realizzato davvero soltanto quando mi ha chiamata il produttore, dicendomi che era bello e che voleva farlo. Ecco, ha preso senso facendolo leggere agli altri.

Sei dovuta scendere a compromessi con la produzione?

Il produttore è stato fantastico. ha detto che non avrebbe mai messo bocca sulla sceneggiatura e così è stato. Mi ha proprio inseguita, insistendo che girassi io il film, nonostante fosse il mio esordio assoluto, non avevo neanche mai girato un cortometraggio. Penso sia una cosa rara. È stato bravissimo a darmi piena libertà nonostante alcuni punti di vista del film fossero abbastanza forti e avrebbero potuto compromettere la ricerca dei fondi, ad esempio quando Bianca parla della cocaina come di un amore. Ma io mi fidavo di quello che avevo scritto, quindi sono stata anche intransigente. Ho tagliato qualcosina, ad esempio qualche monologo di Bianca. E ho scritto il soggetto soltanto quando abbiamo partecipato al bando. Mi hanno dovuto spiegare come scriverlo, è stata la parte più difficile, non avendo mai studiato sceneggiatura non avevo la tecnica necessaria.

Come hai caratterizzato i personaggi?

Ho preso tanti appunti dai miei amici, ho rubato fissazioni, tic, paure… Tutte cose che non vedevo l’ora di raccontare. Mi piacciono i personaggi che hanno delle contraddizioni interne, per me sono gli unici personaggi possibili perché sono veri. Quindi per Angelica mi piaceva l’idea di una persona che, nonostante si sfondi tutta la notte, poi stia attenta a non prendere il caffè dopo una certa ora per evitare che le venga la tachicardia. E volevo che Bianca se ne accorgesse; credo che questa contraddizione di Angelica sia proprio quello che la fa innamorare, perché la trova assurda, di un’assurdità che la incanta. Mi faceva ridere, tenerezza farla così.

Angelica rinfaccia a Bianca il fatto che lei voglia distruggersi, ma in realtà non è così. Bianca ha una regola sacra, che è quella di andare fino in fondo in quello che vive, perché ha una missione, che è quella di scrivere. Lei in fondo sa che ne uscirà, ma deve arrivare fino in fondo alle cose per poi poterle riportare, raccontare.

Io mi sono innamorata di questi due personaggi. Questo per me è un film d’amore e volevo che fosse dolce, perché non mi piacciono i film cinici, senza tenerezza. Mi piacciono i film d’amore pieni d’amore. Cioè, che c***o lo fai a fare un film d’amore se poi sono tutti cattivi, cinici, i personaggi non credono in niente… No. Non mi piacciono. In realtà, loro sono piccole. Mi sembrava di scrivere di due ragazze dissolute, perse, quasi predestinate. E allora ho pensato di voler mettere la lettera, perché due così sarebbero dispiaciute di farsi trovare morte su un divano dalla famiglia. Quindi a chi scrivono? A mamma. Non serviva nessun contenuto.

Come entrava nel rapporto il consumo della sostanza?

Penso che quando condividi l’uso e l’abuso di una sostanza ti mischi con l’altra persona, perdi le coordinate. Metti tutta la tua vita in quella sostanza, che alla fine si fonde con l’amore. E loro rincorrono quell’età lì che se ne sta andando, come se sapessero che si separeranno. Devono vivere tutto, vivere subito, rischiare di morire, perché è come se avessero il presentimento della fine.

E alla fine?

Ho pensato che, dopo un po’ di anni che non ti senti con qualcuno, risolvere equivale a chiudere. E ho voluto lasciare una tensione irrisolta nel finale, perché invece loro due, non avendo vissuto fino in fondo questa storia d’amore, non chiuderanno mai. Forse Angelica, che è più pragmatica, avrebbe preferito altro: essere più di un qualcosa creato da un ricordo, magari non perdersi, essere amiche. Ma ho voluto lasciare tutto aperto, anche i loro ruoli, il fatto che il rapporto di potere passasse da una all’altra, perché alla fine la vita è così, non c’è nulla di bianco e nero.

Il personaggio di Bianca ha ottenuto ciò che voleva, cioè essere raccontato.

Esatto. La mia gioia più grande è l’idea di esser riuscita, con una forma che non avevo pensato, a fare quello che cercavo di fare da anni: fermare il tempo, fermare quelle cose lì. Tutte le foto che ho fatto, i disegni (brutti), gli appunti che prendevo… Sono riuscita a restituire quella sensazione lì. E forse è una cosa che se ti succede, ti succede una volta nella vita. Per me va bene se ho fatto solo questo: sono felice.

Un consiglio per chi vuole scrivere?

Un consiglio che posso dare: quando si pensa di aver scritto una cosa buona, prima di farla leggere riscriverla meglio. Non accontentarsi di aver scritto una cosa che può funzionare, che può piacere, perché ce ne sono diverse. Aspettare, rileggere e migliorare ancora, senza cedere alla voglia di dire “ho finito”.

Quali sono le tue prospettive future?

Le prospettive, finché non scrivo una cosa decente, nessuna. Sto scrivendo qualcosa di nuovo, ma dopo L’albero mi dispiacerebbe fare una cosa che non mi convince. Ho pensato pure di aprire un’azienda vinicola. E ho scritto un libro, ma anche quello fa schifo. Però va bene, perché mi fa felice mettermi lì e scrivere: una cosa che ho capito è che non voglio stare ferma. Anche se non faccio leggere niente, continuo a buttare giù. Per ora. Poi vedremo.

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