VALERIO VESTOSO

Partiamo dalle origini: come sei arrivato al cinema?

Ho cominciato da bambino. Mio padre era un grande appassionato di cinema, anche se faceva tutt'altro mestiere. In casa avevamo una telecamerina VHS, che all'epoca era un oggetto piuttosto pregiato. Così ho iniziato a riprendere feste di famiglia e compleanni: ogni occasione era buona per mettermi dietro la videocamera.

I miei viaggiavano molto e mi portavano spesso con loro. Tornati a casa, montavo i filmini di viaggio con due registratori VHS e un mixerino, in modo del tutto artigianale. Il cinema mi sembrava un mondo lontanissimo, ma la passione cresceva. Negli anni Novanta tutto era ancora analogico, poi intorno al Duemila è arrivato il digitale. A quel punto ho iniziato a girare e montare piccoli lavori per TV private e video di matrimoni. Poco alla volta, ho scoperto i contest pubblicitari e ho cominciato a realizzare cortometraggi con un gruppo di amici.

Il tuo approccio iniziale è stato documentaristico. Come hai deciso, poi, di dedicarti alla fiction?

Sì, inizialmente era quello che potevo permettermi. Poi ho iniziato a coinvolgere amici che, spesso annoiati dalla vita di provincia, trovavano divertente realizzare piccoli corti a zero-budget. I corti e i festival sono stati la mia palestra. I premi dei festival, soprattutto quelli più piccoli, ti danno un riconoscimento sincero, senza pregiudizi, e questo mi ha dato la confidenza necessaria per continuare a sperimentare, o meglio, a divertirmi. Ho scoperto che molti altri, come Maccio Capatonda e Francesca Archibugi, hanno iniziato così, senza passare da scuole di cinema, e questo mi ha dato ancora più entusiasmo nel proseguire il percorso.

Com'è stata la tua esperienza nel mondo dei cortometraggi?

Ho realizzato molti corti rudimentali durante il liceo, soprattutto per divertirmi con gli amici. Poi ho investito tutti i miei risparmi in un corto chiamato Il mese di giugno, che però non ha funzionato come avrei voluto. Era un esercizio di stile, ma mi è servito per capire meglio la produzione. Con il senno di poi, è stato un percorso costellato di errori, ma che mi ha aiutato molto a crescere. Successivamente ho lanciato un crowdfunding per un altro corto, ma non abbiamo raggiunto la cifra necessaria: avevamo raccolto solo circa tremila euro. Per questo motivo, ho dovuto dire ai sostenitori che non ce l’avrei fatta, ma che avrei potuto scrivere un altro corto adatto al budget a nostra disposizione. Quindi ho realizzato Tacco 12, che è andato molto bene e mi ha un po’ aperto la strada.

Come sei passato dai corti a Essere Gigione?

Gigione mi ha sempre incuriosito: il suo volto era ovunque sui manifesti estivi nelle città. Ho iniziato a esplorare il suo mondo guardando video su YouTube, ma i pochi documentari esistenti non raccontavano ciò che mi interessava davvero. Io volevo mostrare il suo ambiente, non solo il personaggio. All'inizio ho proposto il progetto a diverse produzioni, ma non c'era grande interesse, forse perché ero ancora sconosciuto. Poi, la Cape Town di Camillo Esposito ha creduto nell’idea e abbiamo iniziato a svilupparla. Una sera ho incontrato Gigione e gli ho spiegato il progetto. Dopo otto mesi di silenzio, mi ha chiamato dicendo che era interessato. Per prima cosa, abbiamo realizzato un teaser da presentare al Ministero e, anche grazie a quello, abbiamo ottenuto i finanziamenti. Da lì, il documentario è decollato. Usavo solo una camera e un microfono e lo seguivo nei camerini, sul palco, nei momenti di vita quotidiana, per immergermi completamente nel suo mondo. Il rapporto di fiducia tra noi è stato fondamentale.”

Quanto sono durate le riprese?

Circa un paio d’anni, tra alti e bassi. Il periodo più intenso è stato sicuramente l’estate, ma abbiamo girato molto anche d’inverno, quando Gigione si esibiva nei ristoranti. È stato un lavoro faticoso, ma anche molto divertente, soprattutto per il contatto con il suo pubblico, che è molto più variegato di quanto si possa immaginare. Non volevo realizzare un classico documentario in cui Gigione si racconta davanti alla telecamera. Il film è un viaggio on the road, serrato e istintivo. Mi ha affascinato molto riprendere quel mondo di provincia, immerso nella nebbia, con locali squallidi dietro ai neon colorati. Era affascinante vedere Gigione cambiarsi in bagni umidi e pieni di muffa. Più andavo avanti, più mi convincevo di aver fatto la scelta giusta, soprattutto perché quei locali dove suonava stanno ormai chiudendo. La fauna artistica che popolava quei posti è scomparsa e Gigione è rimasto solo.

Com’è stato accolto il film?

All'inizio ci fu una sorta di battaglia con una parte della critica più intellettuale, che guardava con sospetto al progetto. C'era un pregiudizio di fondo: l'idea che il mondo delle sagre non potesse essere culturalmente interessante. Appariva come un ossimoro, qualcosa di inconciliabile. In realtà, per me era esattamente il contrario: quel mondo racchiude in sé una grande cultura, è una lente d'ingrandimento straordinaria su un certo tipo di pubblico e su certe dinamiche sociali. Gigione è stato un pretesto per raccontare qualcosa di molto più grande, senza giudizi né etichette. Non volevo dipingere lui o il suo pubblico con uno sguardo distaccato o condiscendente, ma immergermi nella loro realtà con curiosità e rispetto. E infatti, molti critici si sono poi ricreduti, anche pubblicamente. É proprio così che dovrebbe funzionare il cinema: si guarda un film e poi si giudica, non il contrario. Alla fine, sapevamo che sarebbe comunque stato un progetto divisivo: Gigione è un personaggio ambiguo, difficile da incasellare, e questo ha reso tutto ancora più interessante.

Dopo Essere Gigione, hai girato il cortometraggio Le Buone Maniere, che ha avuto un ottimo riscontro, e poi sei passato alla regia della serie Vita da Carlo. Com’è stato questo ulteriore salto?

Le Buone Maniere era stato selezionato al Cortinametraggi, ed è stato notato da Nicola Guaglianone, creatore di Vita da Carlo. Poco tempo dopo, Luigi De Laurentiis cercava un regista per la seconda stagione della serie e ha organizzato un casting, visionando diversi reel, tra cui il mio. Non avevo esperienza con serie o film, ma qualcosa nel mio lavoro deve averli colpiti, forse la mia capacità di gestire la commedia e la messa in scena, aspetti fondamentali del progetto. È stata una sfida enorme: il primo giorno di set, davanti a una macchina produttiva così strutturata, mi sono sentito scombussolato. Gestire una troupe di novanta persone e lavorare con attori del calibro di Carlo Verdone è completamente diverso rispetto a girare cortometraggi. Ma poi ti butti e alla fine riesci a portare a termine il lavoro."

Come hai gestito la collaborazione con Carlo Verdone?

Carlo è stato molto generoso, mi ha concesso spazio alla mia visione e siamo entrati subito in sintonia. Il suo stile si è fuso con il mio approccio più moderno e dettagliato, creando un equilibrio che ha reso il lavoro molto stimolante. È stata un’esperienza meravigliosa, che sicuramente influenzerà il mio prossimo progetto, che spero sarà qualcosa di più piccolo e personale.

Credi che il linguaggio televisivo in Italia si stia modernizzando?

La scrittura è tutto. Se si vuole innovare bisogna partire da lì: servono soggetti forti, dialoghi ben costruiti e storie che non tradiscano lo spettatore. La parte visiva conta, ma senza una solida base narrativa non si va lontano. E poi serve insistenza. Bisogna trovare produttori disposti a rischiare. È vero che le grandi produzioni puntano spesso su autori già affermati, ma nelle realtà più piccole e indipendenti c’è ancora spazio per sperimentare e proporre qualcosa di nuovo.

Che consiglio daresti ai giovani che vogliono entrare nel mondo del cinema e della TV?

Non scendete a compromessi facili. Difendete le vostre idee, perché è l’unico modo per evitare di realizzare prodotti tutti uguali. La perseveranza e la qualità della scrittura fanno davvero la differenza.

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Giulia Grandinetti

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Antonio Pisu