Roberto de feo

Come nasce il tuo rapporto con l’orrore?

Sin da bambino sono sempre stato un grande fifone. Avevo paura di tutto: del buio, del sangue, delle siringhe quando dovevo fare i vaccini, delle malattie… sono sempre stato un po’ ipocondriaco, insomma, un gran cagasotto. Scoprire l’orrore al cinema è stato come trovare un modo per prendere il controllo su tutto questo. Mi ha fatto capire che la paura può essere domata, controllata. Al cinema avevo il potere di chiudere gli occhi, di decidere quando affrontarla e, superato quel primo momento di terrore, potevo vivere esperienze terrificanti attraverso personaggi immaginari, vivere quello che nella vita reale non avrei mai voluto affrontare, ma con il massimo del controllo. Questo controllo sulla paura, per uno come me, ha sempre avuto un fascino enorme. Mi ha portato a volerla studiare: a leggere testi su che cos’è la paura e come affrontarla, sia come crescita personale che come curiosità. Era un percorso iniziato da ragazzino, quando i genitori non ti permettevano di guardare certi film o conoscere la parte più oscura del mondo. È stato un modo per reagire al mio carattere timido e spaventato, un percorso per imparare ad affrontare il mondo esterno. Questo è esattamente ciò che ho fatto con il mio primo film: raccontare la paura di ciò che sta fuori dal tuo guscio, dalla tua campana di vetro. Il primo impatto con la parte più schifosa del mondo, quella con cui prima o poi siamo costretti a confrontarci.

Quindi la tua voglia di raccontare storie è sempre stata legata alla paura?

Sì, direi che sono due cose intrecciate. Sento una grande necessità di raccontare il quotidiano attraverso l’orrore, cioè usando l’horror per parlare di qualcosa di reale. È quello che oggi chiamano “horror sociale” o “elevated horror”: raccontare la realtà attraverso la lente del cinema di genere. Credo che sia il genere più capace di descrivere i tempi in cui viviamo. Non è un caso se autori come Jordan Peele, Ari Aster o Robert Eggers sono considerati grandi narratori contemporanei. Peele, ad esempio, ha usato l’horror per parlare del razzismo, del sentirsi straniero nel proprio paese. Anche io credo che l’horror serva a questo: a raccontare qualcosa che appartiene al nostro tempo, qualcosa che mi disturba o mi fa sentire un estraneo. Scrivo di personaggi che vivono ciò che ho vissuto io. Nel mio primo film, The Nest, ho scritto Samuel, il protagonista, ispirandomi molto alla mia infanzia. È la paura di affrontare il mondo esterno, la stessa che avevo io da piccolo. Con A Classic Horror Story, invece, volevo raccontare un altro tipo di paura: quella della spettacolarizzazione della morte, del controllo della morte da parte dei social, dei video in diretta che trasformano tragedie reali in intrattenimento. Scrivere di questo per me è fondamentale. Non capisco come in Italia l’horror venga ancora considerato un genere di serie B, quando in realtà è uno dei modi più efficaci per raccontare la quotidianità.

Quindi, per te, l’horror è un modo per esorcizzare ciò che ti fa paura?

Assolutamente sì. È un esorcismo personale e collettivo. Molte esperienze passate mi hanno formato, anche in modo negativo. Crescere con la paura del mondo esterno ti lascia dei traumi. È quello che succede alla protagonista di The Nest: quando sei costretto a uscire dal tuo nido, a confrontarti con la realtà, scopri che non sei preparato.

Quali sono stati gli step che ti hanno portato a The Nest?

È stata una strada lunga, piena di frustrazioni. Quando ho iniziato a pensare a The Nest, in Italia sembrava impossibile fare un film horror. L’ultimo era stato Shadow di Zampaglione, nel 2009, e poi più nulla. Nessun esordio, nessun autore nuovo. Così mi sono chiesto: come posso convincere un produttore italiano a investire in un horror? Scoprii che gli sceneggiatori vincitori del premio Solinas portavano un punteggio aggiuntivo nei bandi ministeriali. E mi venne l’idea: contattare chi aveva vinto il Solinas e proporre di scrivere qualcosa insieme. Andai sul sito, trovai i nomi di Lucio Besana e Margherita Ferri, li contattai e da lì nacque la collaborazione. Con loro scrissi The Nest. Pagai di tasca mia un piccolo compenso, mille euro a testa, perché credo che il lavoro vada sempre retribuito, anche quando è una scommessa. La prima versione della sceneggiatura era del 2012. La presentammo due volte al Mibact: la prima andò male, ma alla seconda ottenne il finanziamento. Poi, nel 2018, trovammo il distributore e il film andò sul set nel 2019. Sette anni dopo la prima stesura. Una lunga gestazione, ma era l’unico modo. Se non ci fosse stato il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot, nessun produttore avrebbe mai creduto nel progetto. Quel film ha dimostrato che anche in Italia un film di genere può funzionare. Dopo quel successo, i produttori si sono detti: “Magari funziona anche con l’horror”. E così è successo. Il produttore Alessandro Usai di Colorado Film portò il progetto in giro per due anni, finché trovò l’interesse di Vision Distribution e Universal Pictures Italia. È stato un percorso lungo e faticoso, ma alla fine ha funzionato.

The Nest è stato letto come una metafora del coming of age e del confronto con il mondo esterno.

Sì, esattamente. È un racconto di crescita. Samuel è un ragazzino che deve uscire dal grembo materno e scoprire che il mondo fuori non è solo brutto, ma anche pieno di meraviglia. Il film parla del passaggio dall’infanzia all’età adulta, della paura e della consapevolezza. La madre, che sembra una figura negativa, è in realtà una madre che vuole proteggerlo. Da bambino la vedi come una stronza, ma poi capisci che aveva ragione. È quello che è successo anche a me. Per questo volevo che Francesca Cavallin sembrasse dura, persino antipatica: solo così lo spettatore può capire, nel finale, quanto fosse in realtà guidata dall’amore.

Uno dei personaggi più inquietanti e affascinanti del film è il medico. Com’è stato costruirlo?

Il medico è interpretato da Maurizio Lombardi, che oggi è un attore molto richiesto anche all’estero, ha fatto The New Pope e Blade Runner 2099, la serie di Amazon. Quando fece il provino per The Nest non era ancora conosciuto. Ma appena è entrato nella stanza ho capito che era lui. Ha uno sguardo che ti ipnotizza: occhi grandi, viso duro, un’energia che incute rispetto. È una persona dolcissima nella vita, ma sul set ha una presenza che ti costringe ad ascoltarlo. Giocava con questa sua natura un po’ sadica ed è stato perfetto per quel ruolo.

E il giovane protagonista, Justin Korovkin?

Justin era timidissimo. Aveva undici anni e non aveva mai baciato una ragazza. Sua madre era super protettiva, lo seguiva ovunque. Era perfetto per Samuel, perché viveva la stessa condizione del personaggio. La scena del bacio con Ginevra Francesconi è stata davvero il suo primo bacio. Non gli ho dato indicazioni particolari, perché più lo prepari, più lo blocchi. Gli ho solo detto: “Lo sai cosa devi fare, vero?”. Lui ha annuito e abbiamo girato subito. La reazione che si vede nel film, quel misto di imbarazzo e sorpresa, è reale. Lui era davvero emozionato. È stato tutto vero, e quella verità si sente nel film.

Negli ultimi anni hai spesso parlato della necessità di riportare il pubblico giovane al cinema. Cosa intendi esattamente?

Io non faccio un film da quattro anni e mezzo, ma ne ho scritti tanti. Credo che dobbiamo provare a fare film capaci di parlare al pubblico che oggi riempie le sale per Terrifier, Evil Dead, The Nun. Paolo Strippoli, ad esempio, con La valle dei sorrisi ha fatto un film bellissimo, e io penso che quel tipo di cinema horror sia fondamentale. Ma finché non riusciremo a realizzare un film che incassi milioni, non potremo davvero far ripartire il mercato. Finché gli horror italiani incasseranno poche centinaia di migliaia di euro, sarà sempre difficile convincere i produttori a investire ogni anno. Guarda A Classic Horror Story: quando è uscito su Netflix ha fatto parlare tantissimo. Il trailer era furbo, faceva pensare al classico horror americano, e infatti i ragazzi lo hanno visto in massa. Io penso che serva partire da quello che il pubblico vuole, l’horror “americano”, per poi spostarsi su binari più autoriali, raccontando temi universali come il dolore, la famiglia, la spettacolarizzazione della morte. Anche Terrifier, che io non amo, è un film fatto con due soldi, eppure è diventato un caso mondiale. Ha creato un’icona come Art the Clown e ha spaventato una generazione. Io vorrei fare un film che esplori quell’universo, che parli a chi oggi va a vedere Terrifier, Evil Dead, Final Destination. C’è una missione da compiere: riportare al cinema quella parte di pubblico che ama l’horror, ma che in Italia non trova nulla che lo rappresenti.

Tu credi che i produttori italiani abbiano paura del genere?

Sì, e lo dico per esperienza. Sono quasi tre anni che cerchiamo di produrre un film scritto da me e da Gabriele Mainetti, una commedia horror alla Drag Me to Hell. Ma è difficilissimo: i produttori sono terrorizzati dal genere. In Italia l’horror continua a essere percepito come qualcosa di rischioso, di cui diffidare, anche se nel resto del mondo è uno dei generi più solidi.

Qual è il tuo modo per sopravvivere alla frustrazione?

La frustrazione cambia a seconda del momento del tuo percorso. Quando non avevo ancora fatto nessun film, la vivevo in un modo. Ora che ho due film alle spalle e non riesco a farne un terzo, è un’altra forma di frustrazione. Tra il 2012, quando scrissi la prima stesura di The Nest, e il 2019, quando finalmente lo girai, mi ero praticamente rassegnato. Ma decisi di restare nel mondo del cinema: fondai Premiere Film, una società di distribuzione di cortometraggi, per lavorare con registi, sceneggiatori e produttori giovani che avevano ancora entusiasmo e talento. Quello mi ha salvato. Mi permetteva di restare a contatto con persone che amavano il cinema quanto me. Era un modo per restare vivo creativamente, per non farsi risucchiare da lavori che ti allontanano dai tuoi sogni.

A cosa stai lavorando ora?

Negli ultimi quattro anni ho cercato di scrivere progetti più ambiziosi, che puntino a un pubblico più ampio. Voglio alzare l’asticella, fare horror che parlino al grande pubblico. Il problema è che diventare ambiziosi con l’horror, in Italia, è molto difficile. Ci vuole tempo, pazienza e la solita dose di frustrazione, ma ormai ci sono abituato. Sto cercando di portare avanti film più “commerciali”, più “grandi”, nel senso migliore del termine. Spero che almeno uno di questi arrivi presto sul set.

E il futuro dell’horror italiano?

Onestamente lo vedo complicato. L’attuale situazione del cinema in Italia non aiuta: tra tagli, incertezze sul tax credit e scarsa fiducia nel genere, è difficile alzare l’asticella. Ma ci sono eccezioni. Paolo Strippoli, ad esempio, ha girato Piove, La Valle dei Sorrisi e un nuovo film che uscirà presto. Lui sta continuando a spingere sul genere e questo è incoraggiante. Negli ultimi anni ho visto segnali positivi: A Classic Horror Story continua a essere discusso online, anche dopo cinque anni. C’è ancora un pubblico curioso, interessato, che vuole vedere horror italiani. E questo, nonostante tutto, mi fa pensare che forse qualcosa si sta muovendo. Io credo che il futuro del cinema horror italiano sia in mano agli autori e alla loro intelligenza, ma solo se sapranno capire che bisogna scendere a patti col pubblico, facendo qualcosa che piaccia anche a loro e non solo a noi. Paolo mi direbbe: “Ma io sono un autore, devo pensare a raccontare una storia che io sento di voler raccontare, non devo necessariamente pensare al pubblico”. Io invece penso che se vogliamo risvegliare il mercato dobbiamo pensare a far felici sia noi stessi che il pubblico.

Cosa diresti al te stesso di quando hai iniziato a scrivere?

Direi di fidarsi di più e di non farsi troppi problemi. Direi che serve tempo, che la frustrazione non è una nemica ma una compagna di viaggio. Direi che gli anni passano, ma ogni giorno passato a scrivere o a pensare a un film è comunque tempo guadagnato. Direi di non avere paura di sbagliare, perché gli errori poi diventano parte del linguaggio, e che le cadute fanno parte del percorso. Direi anche che non bisogna mai smettere di guardare film, di leggere, di ascoltare le persone e di restare curiosi. Soprattutto direi di non avere fretta, perché le cose arrivano quando devono arrivare.

E per chi sta ancora aspettando il proprio momento?

Serve ostinazione, ma anche lucidità. Devi capire quali storie possono interessare a un produttore oggi, e devi fare squadra. Nel mio caso, la prima volta è successo perché avevo al mio fianco Lucio Besana e Margherita Ferri, che avevano vinto il premio Solinas. Avere qualcuno nel team con un minimo di riconoscimento ti dà credibilità. Quando vai da un produttore e ti chiede “Chi sei?”, puoi rispondere “Ho vinto il Solinas” o “Sono stato selezionato in un festival importante”. A volte basta quello per essere ascoltato. Poi magari ti chiedono di riscrivere la sceneggiatura con un autore più esperto, ma intanto hai messo piede dentro una casa di produzione. Fare squadra è fondamentale. È l’unico modo per sopravvivere e per dare al proprio lavoro la possibilità di arrivare a qualcuno.

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Niccolò Falsetti