Carolina Cavalli

Qual è stato il momento in cui hai capito che avresti voluto raccontare storie?

Per me tutto è cominciato dall’immaginazione. All’inizio non si trattava tanto di raccontare, quanto di immaginare. Era qualcosa che mi piaceva fare e che mi dava sollievo, era ciò a cui dedicavo più tempo in assoluto.

Poi ho iniziato a pensare che potesse diventare un lavoro. Non mi piace molto parlare in modo estemporaneo; la scrittura, invece, mi ha sempre aiutata perché mi dava il tempo di pensare, tornare indietro, cancellare e rifare. È un’opportunità che nella vita si ha molto raramente. Così mi sono appassionata sempre di più alla scrittura.

Come si è evoluto il tuo percorso dalla scrittura al cinema?

Ho studiato Lettere e Filosofia. Non ho frequentato una scuola di cinema perché non ero sicura che il cinema potesse davvero diventare un lavoro. Non che Lettere e Filosofia offrano particolari garanzie, ma pensavo al giornalismo o ad altre possibilità. Ho capito presto, però, di non essere portata per raccontare la realtà e che quella non sarebbe stata la mia direzione.

Come sei entrata nel mondo del lavoro attraverso la scrittura e la sceneggiatura?

Avevo provato a mandare alcune e-mail a produzioni cinematografiche, ma non aveva funzionato. Poi ho scoperto i concorsi: sono stati lo strumento che mi ha aiutata a entrare nel mondo del cinema attraverso la sceneggiatura. Nel mio caso è stato il Premio Solinas a darmi una sorta di autorevolezza. Vinsi l’Experimenta Series. L’opportunità più importante offerta da un premio del genere è quella di entrare in una rete e creare contatti, indipendentemente dal fatto che il progetto venga poi realizzato per intero. Per questo consiglio spesso a chi sta cominciando di provare i concorsi o di mettersi insieme a persone simili a sé per gusto, con un obiettivo concreto di scrittura e produzione. Creare un gruppo con un’identità forte secondo me facilita l’accesso. Vincendo il Solinas ho avuto la sensazione di avere una “presentazione”, qualcosa che mi rendesse più autorevole agli occhi degli altri, anche se non era cambiato niente dal giorno prima, e vincere o perdere ai festival e ai concorsi è estremamente soggettivo: dipende dai gusti di un piccolo gruppo di persone chiamato a fare una scelta, però funziona come un biglietto da visita. 

Non so come siano oggi queste realtà, perché sono passati cinque o sei anni e magari è tutto molto diverso. In quel periodo c’erano nuove writers’ room. Se ne stavano aprendo alcune più diversificate e più disponibili a cercare voci di persone che iniziavano in quel momento. I miei non sono stati ruoli creativi, piuttosto esecutivi. Allo stesso tempo, però, mi hanno dato l’impressione di cominciare a far parte di qualcosa e, soprattutto, di guadagnare un po’ e nel frattempo continuavo a scrivere le mie cose e alla fine una è andata bene: Amanda è stata acquistata, ha ottenuto i finanziamenti ed è stata prodotta. Cerco sempre di ricordarmi che in questa professione è davvero tutto molto soggettivo. Ci sono momenti in cui va tutto benissimo e pensi di avercela fatta, poi mesi in cui non riesci a portare in porto nulla.

Come nasce Amanda? Da dove arriva l’idea di raccontare proprio questo personaggio?

Mi chiedevo che cosa sarebbero diventate alcune bambine che avevo conosciuto nei libri o nei film, una volta arrivate più o meno alla mia età; se fossero cambiate completamente oppure se avessero conservato qualcosa di ciò che erano state.

Io, da bambina, non ero così avventurosa, indipendente o incline al rischio, e questo tipo di personalità mi affascinava molto. Amanda è nata da qui. Volevo parlare di un personaggio del genere e pensavo che, in fondo, una persona così fosse anche molto sola. Ho pensato allora che ciò di cui aveva bisogno fosse un’amica. Non tutte le persone vorrebbero essere amiche di Amanda: per la storia serviva qualcuno che non volesse assolutamente esserlo. Dovevo però trovare una ragione per cui Amanda fosse così ossessionata proprio da quella persona. Mi è sembrato naturale che, convinta di non aver mai avuto amiche, scoprisse invece di averne avuta una durante l’infanzia, o almeno una persona con cui aveva trascorso qualche pomeriggio. La storia è nata più o meno così.

Sei partita quindi dal personaggio? Hai avuto la sensazione che fosse Amanda a trainare la storia?

Sì, io credo che, se conosci bene un personaggio, quello che possiede, quello che gli manca e quello che desidera, tutto finisca per condurti verso la costruzione della trama. Questa è la mia impressione. Non penso che i personaggi scrivano da soli la storia, ma passare molto tempo con loro è utile, perché impari a capire che cosa vogliono e che cosa manca loro.

L’universo narrativo di Amanda è molto originale. Come hai costruito quel mondo e i personaggi che lo abitano?

Proprio perché mi sentivo molto libera, ho scelto consapevolmente di creare un mondo privo di una precisa connotazione geografica. Mi piaceva l’idea che potesse provocare nello spettatore una sensazione di spaesamento, che può risultare sia coinvolgente sia respingente. È un aspetto dell’immaginazione che mi ha sempre affascinata: la possibilità di creare un tempo e un luogo a parte.

Un mondo del genere, naturalmente, ha bisogno di regole coerenti. Ci sono degli eccessi, ma ho sempre cercato di essere sincera e di usare l’ironia il meno possibile. È chiaro che nel film ci sia dell’umorismo e una certa comicità, però sentivo di dover prendere tutto molto seriamente: l’eccesso, l’umorismo e le regole leggermente spostate di quel mondo. Per me era importante crederci e fare in modo che ci credessero tutti. Allontanarsi dalla realtà non significa necessariamente allontanarsi dall’emozione, dall’intimità dei personaggi o dalla verità. È un equilibrio: per qualcuno funziona e per qualcun altro no. Anche a me, quando guardo film non realistici, a volte funziona e altre volte no. Il tentativo, però, è sempre quello.

Il film non sembra mai cercare la risata in modo esplicito. È la serietà con cui i personaggi vivono situazioni assurde a renderle divertenti. Come hai lavorato su questo tono?

Quando scrivo mi diverto, quindi non sono del tutto inconsapevole dell’umorismo, come credo non lo sia nessuno quando scrive storie che ne contengono. Allo stesso tempo, però, quell’umorismo diventa un linguaggio quotidiano e perfettamente accettato all’interno del film. Dal loro punto di vista, però, non c’è nulla di divertente in ciò che accade.

Il corrispettivo visivo di questo tono era altrettanto importante. Sia nella scrittura sia nella costruzione visiva cerco sempre di partire dalla realtà. Raramente mi fa ridere qualcosa che non abbia un senso. Nel mondo di oggi è molto facile trovare l’assurdo: facendolo emergere, esponendolo ed esasperandolo, si crea chiaramente un effetto comico. Nella realtà, però, esiste anche un assurdo molto tragico. Io cerco di prenderne la parte più leggera e di esasperarla, sia nella scrittura sia nella messa in scena. In questo modo mi sembra di riuscire a dire qualcosa sulle relazioni e, in piccolo, anche sul mondo etico e politico, sempre in una dimensione personale e intima. Cerco di partire da un significato, anche se poi non so quanto questo arrivi allo spettatore.

Nel film anche l’architettura e le ambientazioni sembrano estraniare i personaggi: il cemento, gli spazi enormi, oppure i luoghi barocchi e quasi privi di umanità. Quanto era importante questo lavoro visivo?

Era molto importante ed era il corrispettivo visivo del tono e del linguaggio del film. Mi diverte costruire una vera e propria mappa del mondo narrativo. Mi interessa l’idea della disconnessione fra le persone e del sentirsi fuori posto nelle città, dentro qualcosa di estremamente costruito.

Qualche giorno fa leggevo un articolo su ciò che rende inquietanti le backrooms: sono spazi costruiti dagli esseri umani, ma nei quali manca l’elemento umano. Anche noi stiamo creando moltissimi luoghi di questo tipo, privi di umanità, penso che questa sensazione possa essere replicata in un mondo immaginario.

Amanda parte da un’idea semplice, ma la racconta attraverso un universo molto personale. Quanto è difficile proteggere la propria voce e trovare qualcuno disposto a finanziarla senza banalizzarla?

Credo che la parte più difficile, quando si cerca di raccontare una storia con la propria voce, sia riuscire a conquistarsi uno spazio di libertà e trovare qualcuno che creda in te. Se non cerchiamo di conformarci, ciascuno possiede il proprio mondo, il proprio universo e un modo di raccontare che non assomiglia a quello di nessun altro. La vera difficoltà è proteggere quello spazio e trovare qualcuno che creda nel tuo modo di raccontare. Siamo continuamente invitati a essere il più convenzionali possibile, anche in maniera subdola. Entrare a far parte di un sistema significa, a un certo punto, doverlo assecondare. Se il sistema ti sostiene, ti chiede anche qualcosa in cambio. Per questo è complesso quando qualcuno dice di volere un’idea semplice raccontata in maniera innovativa: secondo me è più facile dire di cercare qualcosa di innovativo che poi effettivamente finanziarlo.

Parlando sia con persone con una carriera alle spalle sia con chi è agli inizi, sento sempre la stessa spinta a fare qualcosa di libero e onesto, insieme alla necessità di restare entro determinati limiti. Anche quando un produttore non è ancora concretamente presente, può comunque aleggiare la sua figura fantomatica: vorrà questo, non vorrà quello, o penserà che una certa cosa non si possa dire. A un certo punto sai che dovrai presentare il progetto a qualcuno e che dovrà risultare acquistabile. A volte penso che la cosa migliore sia finire una sceneggiatura e solo dopo cercare di venderla.

Quanto ti ha aiutato Benedetta Porcaroli nella costruzione del personaggio di Amanda?

Tantissimo. Ho lavorato con Benedetta e con i capi reparto in modo molto lento e, per quanto mi riguarda, molto preciso. Devo ringraziare la produttrice e i produttori perché mi hanno dato spazio e fiducia. La fiducia di qualcuno comporta anche una grande responsabilità: io non volevo deludere nessuno e volevo che tutti fossimo contenti di ciò che stavamo facendo. Cercavo quindi di ascoltare molto, anche se poi la regia serve proprio a prendere le decisioni.

Con Benedetta è stato molto bello. Non ci conoscevamo ed era la prima volta che lavoravo direttamente con un’attrice. Trovarla è stato un enorme sollievo, perché Amanda è presente in quasi tutte le scene e in quasi tutte le inquadrature. Scegliere lei era la cosa più delicata. Durante il primo incontro ci siamo studiate; al secondo, lavorando su una parte, è stato come se capissimo le cose nello stesso modo. Questo mi ha dato molta sicurezza. A un certo punto percepisci chiaramente il momento in cui il personaggio scatta e prende vita. Benedetta ci è riuscita già durante le prove. Qualche giorno prima delle riprese, io sentivo già Amanda ed è stato un grandissimo sollievo.

Le battute dei personaggi sono state modificate durante il set oppure sono rimaste molto fedeli alla sceneggiatura?

Sono rimaste molto fedeli. Per me quella era la parte fissa; lo spazio di libertà di tutti noi stava intorno alle battute. Le battute erano la rete a cui tutti potevamo aggrapparci. Ne Il Rapimento di Arabella, il mio secondo film, c’era una bambina e mi avevano detto che sarebbe stato diverso, perché una bambina prende le cose e le fa proprie. In realtà aveva una memoria talmente buona che anche lì la sceneggiatura è cambiata pochissimo. Naturalmente sul set ci sono piccoli incidenti che possono costringerti a modificare un luogo o una battuta, ma si tratta di cambiamenti minimi.

Prima di iniziare a girare Amanda, hai avuto il dubbio “Sarò davvero in grado di dirigere un film?”

Sono una persona molto ansiosa e divento molto triste quando sento di non aver fatto bene le cose. Sto cercando di rilassarmi, ma per me è ancora un percorso. La preparazione è la fase che mi piace di più, perché siamo ancor prima della preproduzione, quando posso dedicarmi con calma a tutti gli esperimenti che voglio fare nei vari aspetti del film.

Il tempo dei reparti è limitato, ma cerco di restare in contatto con tutti il più possibile e nel modo più informale possibile. Questo mi ha aiutata molto. Non ho quasi mai l’impressione che qualcosa sia davvero impossibile soltanto per ragioni di budget o di capacità; sento piuttosto che bisogna modificare ciò che si era immaginato per adattarlo alla realtà. È più semplice quando crei un mondo non estremamente realistico e lavori maggiormente d’immaginazione: finché rispetti le regole di quel mondo, puoi restare molto libera.

Nella scrittura puoi cancellare e riscrivere, mentre sul set qualcosa viene fissato per sempre. Questo ti ha mai messo in difficoltà?

È una pressione, ma è anche utile ricordarsi che non esiste un modo universale o perfetto di scrivere una sceneggiatura o di fare un film. L’unico modo di fare il tuo film è il tuo modo. Se provi a fare il meglio possibile nella maniera più onesta possibile, questo ti dà almeno una piccola sicurezza: quella di essere sulla strada giusta per realizzare il tuo film.

Hai affrontato così il passaggio dalla scrittura alla regia?

Non proprio con tutta questa calma. Tra l’immaginazione e la realtà avviene uno scontro continuo e molte cose devono cambiare. Ti scontri con la fisicità degli oggetti, con le tue capacità, con il budget e con tutti i piccoli incidenti di percorso. Per me è molto facile sentire la pressione della realtà.

Quando scrivo, anche se ho una scadenza, mi sembra sempre di avere ancora tempo: posso lavorare di giorno o di notte e convincermi che ce la farò. Sul set, invece, sento moltissimo la pressione del tempo. Quindi l’idea di fare il meglio possibile per realizzare un film che sia davvero tuo dà sicurezza, ma mette anche molta ansia.

Nel futuro accetteresti di dirigere una sceneggiatura già scritta da qualcun altro, oppure preferisci dirigere soltanto ciò che scrivi?

La mia preferenza è scrivere e, possibilmente, dirigere ciò che scrivo. In alternativa, mi piacerebbe scrivere per qualcun altro. Ho avuto un’esperienza molto felice con Babak Jalali, con cui ho scritto Fremont: con lui mi sono sentita ascoltata e compresa. Forse chi scrive sa confrontarsi sulla scrittura in modo diverso, non lo so. Se però non riuscissi a realizzare un altro film, cosa che non è mai scontata, e l’unica possibilità fosse dirigere qualcosa di già scritto, lo farei. Cercherei, naturalmente, la migliore opportunità disponibile.

Dopo Amanda, cosa ti ha spinto a voler tornare subito sul set e a scrivere un secondo film da dirigere?

Dopo la prima regia mi è rimasta addosso l’adrenalina del set. Quell’esperienza mi ha cambiato la vita ed è diventata molto presente anche nella mia personalità e nella mia socialità. È stato strano, ma mi ha coinvolta completamente. È un lavoro molto intenso, per il tempo, il lavoro di gruppo, le prove e la concentrazione che richiede. Molti lavori lo sono, ma io mi sono lasciata trascinare molto. Per me è stato naturale provare a scrivere un’altra cosa da dirigere, così come sto cercando di fare adesso. Naturalmente non è mai scontato che un film venga realizzato, né si sa quanto tempo ci vorrà.

E’ vero che una tua grande ispirazione sono I Griffin?

Si, anche se non so spiegare bene il perché. Naturalmente il mio primo amore sono stati I Simpson, perché sono arrivati prima e li guardavo su Italia 1. Però I Griffin per me sono stati una vera fucina di immaginario e di umorismo. Anche quando sembra che non ci sia una storia, che le continue deviazioni non abbiano senso o che la narrazione e i personaggi si perdano, io non soffro affatto questa cosa. Trovo straordinario il lavoro di invenzione comica.

Che cosa diresti oggi alla Carolina che aveva appena iniziato a scrivere?

Le direi di dedicare meno tempo e meno energia a chi non se lo merita. E di non cercare a tutti i costi di entrare nei posti in cui non sta bene o in cui non la vogliono.

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ALESSANDRO CELLI