Andrea Gatopoulos

Perché avete deciso di sposare questo approccio creativo?

E’ una sorta di protesta, perché oggi non si può pensare al film senza pensare alla sua produzione, che significa passare per tutta una sorta di modelli di censura moderni.

L'unico modo per immaginare un cinema veramente libero, capace di dialogare autenticamente con la realtà e con il momento storico in cui viviamo, è essere pronti, reattivi, veloci e indipendenti.

Per esempio, parlando di cortometraggi: se avessi aspettato i fondi del ministero, dal 2021 a oggi non ne avrei realizzato neanche uno. Mettiamoci poi che in Italia non c'è una grande coscienza del mercato del cortometraggio, di come si vende, di come si monetizza, di che tipo di nicchie può impattare, di dove e come si può proporre un corto al mondo d’oggi. Questo è invece un settore in esplosione, almeno negli ultimi cinque anni. Io dico sempre che è molto meglio fare un corto di successo che un film che passa in sordina. Lo penso da tanti punti di vista: a livello economico, di reputazione e commerciale.

Parliamo di “A Stranger Quest”. Com’è nata l’idea del documentario?

“Stranger Quest” è nato perché, dopo il corto “Happy New Year Jim”, volevo fare un film sull’idea delle mappe e sul richiamo ancestrale verso l’ignoto che suscitano in noi. Mi chiedevo se, nel mondo dei satelliti, esistesse ancora questo tipo di interesse e mi sono messo a fare ricerche sull’argomento. Così mi sono imbattuta nel sito di David, (davidramsey.com), dove è presente una collezione di oltre 170 mila mappe antiche digitalizzate. David ha deciso di dedicare la propria vita a un'ossessione così particolare e in controtendenza alla realtà con una gioia che per me non è solo contagiosa, ma anche commuovente perché si capisce che ha dato un senso profondissimo al suo girovagare.

Ho deciso di dedicare il mio primo film alla storia di David e a cosa significa dedicare la propria vita a un'ossessione così particolare e in controtendenza con la realtà perché in fondo non è troppo diverso da quello che facciamo noi: ci occupiamo di ricerca cinematografica, che è una materia molto di nicchia e sempre meno al centro dell'attenzione. Ci dedichiamo anima e corpo a questa cosa per tutta la vita.

Come avete gestito le riprese?

David è una persona anziana e non poteva fare un set di 5 ore al giorno, quindi abbiamo dovuto girare in tempi ristretti e con il minimo indispensabile. Però ha una capacità di articolazione molto ampia, infatti il film è completamente improvvisato – monologhi inclusi. Per questo ho inventato un linguaggio registico che potesse essere al contempo strutturale e diegetico, nel senso che è un film che si legge un po' come una mappa, dove la camera è sempre in un punto quasi cartografico: si può vedere tutto l'ambiente e si può tracciare una sorta di mappa della scena. Il film si legge un po' come si legge un atlante, perché il film non stacca, quindi hai tempo di scannerizzare l'immagine, di guardare diversi angoli, di concentrarti sui dettagli.

Non abbiamo mai ripetuto nulla nel film. Era un po' il dogma: una inquadratura, one take, tutto improvvisato. Ci siamo riusciti, anche se ovviamente il ritmo della narrazione ne ha risentito. Oggi, tra l'altro, solo due anni dopo l'uscita del film, con l'intelligenza artificiale, avrei potuto fare tutta una serie di tagli che nessuno avrebbe potuto vedere e che mi avrebbero permesso di togliere dal film una decina di minuti, quindi di velocizzare un po' il ritmo, di togliere alcuni lunghi momenti vuoti che ci sono nei dialoghi e di farlo ancora più denso.

Che tipo di possibilità offre oggi l'intelligenza artificiale?

La tecnologia attuale offre la possibilità di rompere con lo status quo, aprendo la strada a una nuova avanguardia cinematografica. L’IA si presta molto al cinema d'autore, a una autorialità sconnessa, a linguaggi che non hanno bisogno di un découpage preciso e quindi ti lasciano più libero di spaziare e di volare da un'immagine all'altra in maniera poetica. La cosa paradossale è che la tecnologia più capitalista che si potesse immaginare, cioè l'IA, libera in realtà l'immagine dai suoi presupposti strutturali e produttivi. Potenzialmente potrebbe essere l'unica soluzione possibile per superare l’impasse di un cinema che non può prescindere dai finanziamenti e quindi non può prescindere dalle forme di censura, che in Occidente si stanno facendo più intense.

Come la utilizzi in fase di scrittura?

Recentemente ho usato ChatGPT per accelerare la scrittura di una sceneggiatura. Una volta spiegato all’IA il mio stile, il tono desiderato e, dopo avergli fornito documenti di supporto, il processo è diventato molto più rapido. Puoi arrivare a scrivere delle storie, anche complesse, nel tuo stile, mantenendo tutta la tua creatività, però invece di metterci tre settimane ci metti tre giorni. Ovviamente, il risultato va sempre supervisionato perché senza un intervento umano, l’IA tende a semplificare troppo e manca di sfumature, rischiando di rendere il testo sterile.

Cosa può offrire l’IA ai cineasti del futuro?

L'idea è quella di fare dei film molto più grandi, di raccogliere delle sfide molto più ambiziose e usare l'IA per potersele permettere. Credo che l'IA arriverà a liberarci da quella che è l'epidemia mondiale dell'autofiction. Cioè un'epidemia di storie individualistiche che non hanno una visione storica e che non sfidano lo status quo. Invece utilizzare le IA oggi significa potersi permettere di nuovo storie che hanno epica, narrativa, profondità storica e sono stratificate. Ci sono pochissimi autori che fanno questa cosa al mondo. Un autore tipo Kurosawa oggi non esisterebbe. Chi finanzierebbe Ran o Playtime di Jacques Tatì? Chi finanzierebbe questi film che hanno grossi dispendi di risorse e che non possono garantire quel tipo di ritorno? Probabilmente nessuno.

Come possiamo porci, allora, nei confronti di queste innovazioni?

In un mondo che accelera sempre di più, anche il cinema deve rispondere con prontezza all'isteria della storia e l'IA può giocare un ruolo in questo processo. Il capitalismo, impossibilitato a espandersi all'infinito nel mondo fisico, a causa di limiti naturali, risorse finite e conflitti, punta ora a colonizzare la nostra interiorità. Questo avrà conseguenze sull'arte, spingendola verso una velocità estrema. Tuttavia, a me interessa produrre con questa capacità reattiva. Un film non deve cadere nella trappola della superficialità: deve andare in profondità, ma con un approccio rapido e slegato dalle tempistiche rigide dell'industria. Deve essere come una Polaroid: istantaneo e incisivo. È proprio questo tipo di approccio che cerco di perseguire.

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Antonio Pisu